La lotteria

La lotteria

Amo la brevità, l’osso appena sotto la carne, quasi a vista, così come le lame nascoste nella manica appena sopra il polso, da far scendere verso la mano con un colpo secco. In velocità.

La produzione di Shirley Jackson, ancora oggi narratrice fuori dalla norma, e il suo racconto La Lotteria (Piccola Biblioteca Adelphi, 2007 tradotto da Franco Salvatorelli), dialogano minuziosamente con questi oggetti letterari che considero indispensabili. Nel corso degli anni l’ho letto e riletto più volte, per curiosità, piacere, lavoro, pura ossessione. Sono pagine che fanno dire basta e ancora, in una rapida alternanza che ferma il respiro, che aprono a quell’attimo fuori sincrono tra noi e il mondo delle convenzioni e delle forme, stanze di cui l’autrice conosce alla perfezione il potenziale claustrofobico.

Jackson erode la superficie narrativa in breve tempo e conduce a un passo dal margine del socialmente accettabile, quello in cui lei stessa abita per tutta la vita. Turba e perturba, non compiace pur di piacere, piuttosto inganna, manipola brevi ritagli di panorama. Prima di affondarci nel microcosmo chirurgicamente ricucito della piccolezza umana ci regala infatti un incipit soleggiato nel più promettente dei mesi. Giugno.

Dopo poche righe, e in pochissime pagine, appare chiaro come Jackson sia maestra nella narrazione dell’orrore del quotidiano, pur essendo in questa occasione uscita dalla casa – magione e prigionia – che la contiene negli altri suoi libri, per portarci in un teatro dello sgomento che stavolta è l’ambientazione rurale di un immaginario New England. Una danse macabre sapientemente costruita parola dopo parola.

Pubblicato nel 1948 dal New Yorker, in un tempo in cui le donne erano dedite perlopiù alla cura della casa, e lei stessa teneva rubriche su varie riviste in cui istruiva a tale arte, La Lotteria fu uno scandalo di identificazione e di rifiuto. Il rispecchiamento più o meno manifesto fece scalpore e orrore. Il New Yorker non aveva mai avuto così tanta posta da sbrigare e tanti abbonamenti da disdire in sincrono.

Ispiratrice, e leggendo se ne vede bene il perché, di maestri dell’orrore come Stephen King, Jackson è stata – o forse è ancora – vittima di dimenticanza letteraria e probabilmente di tradimento delle intenzioni in quanto strega dichiarata, ossessiva manifesta e decisamente antisociale. Andrebbe riletta (e soprattutto tradotta di più). Di certo, La Lotteria rappresenta un ottimo, insostituibile inizio.

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Licia Pizzi
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Licia Pizzi
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