Il tributo di un mostro. Whitney Houston dentro e oltre “American psycho”

Il tributo di un mostro. Whitney Houston dentro e oltre “American psycho”

È il 1989, Bret Easton Ellis scrive “American psycho”. Non sarà immediato trovarlo in libreria.

Simon & Schuster rifiuterà il manoscritto per “differenze estetiche” – che è il modo in cui gli editori dicono che hanno paura di sporcarsi le mani – e Vintage Books lo pubblicherà nel 1991, tra minacce di morte e boicottaggi. È la storia di Patrick Bateman, ventisette anni, Harvard, Wall Street, un appartamento all’Upper West Side, abiti Armani e Valentino. Bateman è emanazione grottesca del sogno reaganiano. Nel tempo libero tortura, uccide persone e adora Whitney Houston.

Nel capitolo trentadue, “Whitney Houston”, Bateman interrompe la narrazione dei suoi crimini per rivolgersi al lettore con una recensione competente e appassionata della discografia di Houston, definendo la sua voce come “la più eccitante e originale della sua generazione”. L’interesse non si ferma alla vocalità. Patrick apprezza la melensa Greatest Love of All, il cui “messaggio universale supera ogni confine e infonde la speranza che non sia troppo tardi per migliorarci”. Lo dice un uomo che nel capitolo trentuno ha segato il braccio della sua ex ragazza.

Il capitolo ventitré, “Girls”, è ancora più significativo. Bateman raccoglie due prostitute per strada, le conduce all’American Gardens Building, dove abita, mette su un disco della sua musa lodando la tecnica vocale. La voce di Whitney Houston pervade l’appartamento lussuoso dello psicopatico che si prepara ad atti di violenza estrema e prolungata contro i corpi delle due donne, atti descritti con tono piatto e catalogante.

Whitney Houston sposa Bobby Brown il 18 luglio del 1992. La sua vita comincia a somigliare a un romanzo di Ellis. Il matrimonio è un disastro pubblico e spettacolare: droghe, violenza domestica, arresti, reality show, tabloid che si nutrono di un ménage segnato da degrado e squallore. Brown è il bad boy dell’R&B, è street, è nero tanto che molti critici interpretano il matrimonio come il tentativo inconscio di Houston di riappropriarsi della propria identità nera. Divorzieranno nel 2007. All’album I Look to You, 2009, segue un tour disastroso in cui è palese il cambiamento della voce. La Divina appare consumata nel corpo, nell’anima.

L’11 febbraio del 2012, Whitney Houston viene trovata priva di sensi nella vasca da bagno della suite 434 dell’Hilton Hotel a Beverly Hills. I paramedici arrivano alle 15:30, tentano la rianimazione, alle 15:55 la dichiarano morta. All’annegamento accidentale hanno contribuito una pregressa cardiopatia e l’abuso di cocaina. Ha quarantotto anni.

La Divina era all’Hilton per partecipare alla festa pre Grammy di Clive Davis, festa che si terrà comunque, al piano di sotto dello stesso hotel, non sta bene sprecare centinaia di bottiglie di champagne e montagne di tartine al caviale.

Nel 1983, Clive Davis, fondatore e presidente della Arista Records, ascolta la prima volta Whitney in un jazz club. È figlia di Cissy Houston (cantante gospel e corista di Elvis Presley), cugina di Dionne Warwick, figlioccia di Aretha Franklin.
Viene dal gospel, dall’R&B, ma Davis intende farne una superstar pop globale che conquisti la Top 40 pop, il mainstream.

La sua è una chiara strategia di crossover. Sceglie brani che l’Huffington Post definisce “polite bangers” – brani potenti ma educati – e costruisce l’immagine della “fidanzata d’America”, elegante, pulita, rassicurante. Niente a che vedere con Chaka Khan o con Tina Turner. La voce gospel di Houston viene raffinata e incanalata in arrangiamenti sofisticati. È la strada per il successo.

Alla morte di Whitney il mondo reagisce con tweet, hashtag, commemorazioni e I Will Always Love You torna nella Billboard Hot 100 dopo quasi vent’anni. Bret Easton Ellis, l’uomo che vent’anni prima ha trasformato Whitney Houston in un feticcio letterario, scrive un tweet giudicato irriguardoso:

“Patrick Bateman is mourning Whitney Houston’s death right now. Instead of two hookers in his apartment tonight he’s bringing three”.

(Patrick Bateman in questo momento sta piangendo la morte di Whitney Houston. Invece di due prostitute nel suo appartamento, stasera ne porterà tre).

Lo psicopatico Bateman piange, è devastato, ma se lo aspettava, il declino di Houston era sotto gli occhi di tutti. Per elaborare il lutto, ha bisogno di consumare a modo suo, proprio come lo star system ha consumato una delle artiste più talentuose di sempre. Bateman porta a casa tre prostitute invece delle solite due. Il tributo di un mostro.

Rif. bibliografici

Jaap Kooijman, “The True Voice of Whitney Houston: Commodification, Authenticity, and African American Superstardom”, in Celebrity studies, Vol. 5, n. 3, 2014 pp. 214–231

Bret Easton Ellis, American Psycho, Einaudi, 2001

Scritto da
Luigia Bencivenga
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