Il fiore della scrittura, storia di un romanzo nato da se stesso (II parte)

Il fiore della scrittura, storia di un romanzo nato da se stesso (II parte)

2-

La prima cosa che si nota, comparando l’inizio dei due libri, è la diversa partizione dello spazio narrativo: nel primo, i paragrafi sono secchi, spesso corti, alla maniera di Marguerite Duras, per intenderci; nel secondo, la narrazione acquista maggiore continuità, i pensieri e i fatti sono agganciati gli uni con gli altri, i paragrafi anche. Eppure, in Confessione, vi è una maggiore ricchezza di particolari, oltre alla sensazione che lo spazio circostante, le stanze della Villa Ducrot, come la ricca natura attorno, siano abitati da una vita aliena che si manifesta con l’intenso odore della pioggia.

Non si può non notare la restrizione di certe descrizioni. Un esempio per tutti.

Nel tentativo di uscire da un sonno innaturale (sapremo poi che Lauri era stato sedato), l’alba in cui Alma scompare, egli annaspa tra disagio reale e gli incubi della notte.

In Confessione, troviamo questo passaggio a p.21.

Suoni ovattati di terra battuta dall’acqua si sostituiscono al silenzio. Un uccellino scuro e arruffato si nasconde sotto le foglie di una palma confinante con il ramo di un platano. Trema come me.
Torno a letto con la sensazione di seguire un copione di cui comincio a ricordare le battute.
Sono stato io ieri a non chiudere la finestra. Sbarro occhi e bocca senza poter respirare. La stretta serrata al polso, l’eco dei tacchi sul parquet. Ripeto come un automa: Alfredo…
Il cuore pompa all’impazzata, le vene delle tempie pulsano scatenando un mal di testa insopportabile. Mi si chiude la gola, mentre ricompare il tailleur e il suono ansioso della tua voce che lo cerca. Sudo freddo e ho lo stomaco a pezzi. Scappo in corridoio per aprire il tuo armadio.
Spingo da un lato le grucce per convincermi sia tutto in ordine. Osservo a uno a uno i vestiti, poi ispeziono l’altro armadio facendomi spazio tra giacche sistemate a distanza precisa l’una dall’altra. Non c’è, non c’è! La tua veste non c’è.

Ed ora confrontiamo lo stesso passo in Il Fiore, a p. 23

Suoni ovattati di terra conquistata dall’acqua si sostituiscono al silenzio. Un uccellino scuro e arruffato si nasconde sotto le foglie di una palma. Trema come me.
Sono stato io, ieri, a dimenticare la finestra aperta. Sbarro occhi e bocca senza poter respirare. La stretta serrata al polso, l’eco dei tacchi sul parquet. Ripeto come un automa: Alfredo. Chi è Alfredo?

Il secondo passaggio è interrotto, il tempo narrativo cambia ritmo, accadono cose diverse. Certo, qualche riga più tardi, anche nel secondo testo, ritroviamo il sudore freddo e lo stomaco impazzito, ma la ricerca nell’armadio non nominerà più alcuna veste, riportata alla sua giusta connotazione di completo grigio.

L’agitazione della moglie, che conclude, in entrambi i casi, l’episodio, è percepita da Lauri, nel primo libro, come accostabile ai sintomi di certi pazienti psichiatrici (Capita che simulino i sintomi. Certa gente ha solo voglia di parlare. Solitudine., Confessione, p.22); nel secondo è confrontata a malattie più precise e fisiche, sparisce infatti ogni riferimento alla solitudine.

Il lettore attento noterà che anche i passaggi che sembrano simili sono, in realtà, diversi. Il piccolo uccello a cui Lauri si paragona è, in Il Fiore, esposto al giorno su un ramo di palma, senza l’ombra confortante del platano; la terra è conquistata dall’acqua (immagine simbolica molto importante) e non semplicemente battuta come in Confessione; la finestra, da cui entra il diluvio della giornata, è stata dimenticata freudianamente aperta nel secondo libro, semplicemente non chiusa nel primo.

Infine, il dettaglio della punteggiatura. La finestra è così da ieri. L’avverbio che richiama l’ultimo giorno felice di Lauri è messo tra due virgole solo nella seconda stesura. Al di là che ci sembri più o meno corretto, senza le virgole, ieri è libero ed indeterminato, con esse ritrova la sua natura ineluttabile di tempo irrimediabilmente trascorso.

Ma veniamo alla maturazione dei due protagonisti tra una stesura e l’altra.

Diciamo subito che mantengono, in entrambi i libri, lo spleen della loro storia, e non poteva essere diversamente.

Lauri ed Alma si amano, ma ciascuno ama l’altro partendo da se stesso, come nella perfetta coppia dell’amore cortese (Cfr. Denis De Rougemont, L’Amore e l’Occidente, Milano, Rizzoli, 1977, p.97 sgg. Traduzione di Luigi Santucci).

La loro reciprocità ha un vizio di fondo che è una sola cosa con la passione: essi sono minati da un dolore segreto, una deliziosa tristezza, nella prospettiva della quale, l’esilio dorato a Villa Ducrot non è snobismo come potrebbe sembrare, ma bisogno di nascondere agli occhi del mondo, in maniera significativa rappresentati da Roberto, l’amico scanzonato e cinico di Lauri, un sentimento così raro ed esclusivo.

Apparentemente appagati, Lauri ed Alma avvertono però la prossimità della sventura.

Lui ha sempre temuto di perderla, lei ha vissuto dodici anni attendendo che il suo passato si rifacesse vivo, come puntualmente accade. È per questo che non si confida con il marito. Semplicemente non può. L’amore cortese non è una condivisione, questo sarà il fantasma del matrimonio novecentesco. Il sentimento cortese è un andare altrove, è un profondo legame del sapere e dunque del soffrire. In fondo anche Sant’Agostino ammetteva che alcuni (molti?) amabant amare.

Così, per passaggi che qui non possiamo anticipare, Alma ritorna alla sua natura, o meglio alla natura in generale, che è il mondo misterioso da cui proviene.

Ma facciamo parlare l’autore e avremo la conferma che lei è fatta della stessa pasta della Belle Dame sans merci, dell’omonima ballata del poeta John Keats, figlia di una fata e votata a far versare lacrime e sospiri di profondo dolore. Nello stesso tempo, continuando il confronto tra le due stesure, sarà possibile ritrovare una forte differenza nella forma, che diventa decisamente meno magmatica.

Confessione, p.45:

Hai serrato le gambe per impedirmi di uscire tenendomi dentro, mentre ti muovevi come un serpente attorno a un tronco che sale in cima ai rami del godimento, fino a morire in corpi non più nostri.
La stanza si è trasformata in una creatura vivente. Sembrava estate in una teca di vetro incandescente. Vedevo le pareti muoversi, il tetto abbassarsi, il pavimento seguire i nostri spostamenti, gli scatti, le evoluzioni da equilibristi. L’ombra che proiettavi sul parquet somigliava alla marea. Andava e veniva con la luce. Il mio piacere prorompeva nel tuo guidandomi al limite estremo della concupiscenza.
Poi ti bloccavi di colpo: “Raccontami qualcosa di magnifico”.

Ed ora lo stesso passaggio in Il Fiore, p.55.

Hai affondato le unghie nelle mie spalle e, artigliandomi la pelle, hai sollevato i piedi per restare in equilibrio su di me. Hai goduto mantenendo il controllo fino alla fine.
Hai serrato le gambe per impedirmi di uscire e mi hai tenuto dentro, mentre ti muovevi fino a morire in corpi che si appartenevano reciprocamente.
La stanza si è trasformata in una creatura vivente. Vedevo le pareti muoversi, il tetto abbassarsi, il pavimento seguire i nostri spostamenti, gli scatti.
Poi ti sei bloccata di colpo: “Raccontami qualcosa di meraviglioso”.

Aggiungo un altro passaggio sempre da Il Fiore, p. 68.

Fare l’amore con te era come farlo con il vento. Mulinavi attorno al mio petto soffiando una corrente speziata d’alito cannella; ti ritiravi come scirocco d’agosto che abbandona la battigia. Poi restavi, finché tornava la marea con i suoi flutti selvaggi.

Ed ecco lo stesso passaggio in Confessione, p.55. (Fino a battigia, è sostanzialmente uguale, poi la descrizione diventa più ampia e articolata).

Finivi sul mio bacino, beccheggio sul ponte, al timone. Restavi, perché tornasse la marea con i suoi flutti selvaggi e tu, comandante di vascello, allargavi la rotta mostrandomi l’antro delle sirene e, facendo attenzione a puntare la barra, invitavi il tuo unico marinaio a addentrarvisi riconducendomi al tuo porto.

Nel secondo testo, la lingua diventa più essenziale e meno ricca, un po’ meno dannunziana (il che può piacere o meno, sono semplici gusti del lettore), ma la natura di Alma non cambia, anzi, alla essenzialità maggiore delle descrizioni, corrisponde l’emergere di una certa sua durezza, mentre si abbandona in un corpo che non è più l’alieno del primo romanzo, ma ingannevolmente “aperto”. La stanza continua a deformarsi surrealisticamente, ma, nel secondo libro bastano poche parole per dirlo.

Vorrei infine soffermarmi sulla battuta della donna. Raccontami qualcosa di magnifico, che diventa nel secondo libro: Raccontami qualcosa di meraviglioso.

Sembra, ma non è la stessa cosa. Il primo termine deriva la sua etimologia dal latino magnum facere, Alma sta chiedendo che Lauri faccia qualcosa di grande, di definitivo e lo faccia per lei. Nel secondo romanzo, il termine è sostituito con meraviglioso, e qui ci aiuta sempre il latino, mirabilis significa, prima di tutto, degno di ammirazione per tante ragioni, alcune di ordine morale, altre meno etiche, perché legate allo stupore, all’essere sorpresi da qualcosa di ineludibile.

Benché nella lingua comune noi li usiamo come sinonimi, come si vede, non lo sono. Credo anche che l’autore abbia effettuato questo cambiamento non solo perché meraviglioso ha un suono più intimo e dolce, Angelo Di Liberto è un “vendemmiatore di parole” e lo deve avere pensato, ma la sua scelta è stata fatta soprattutto per il cambio di registro che il secondo libro attua: per impedire quella fuga, per salvarsi da un massacro emotivo così definitivo, Lauri non doveva solo fare cose grandi, ma scelte così grandi da meritare un assoluto stupore. Non accadrà. Come il cavaliere di Keats, Lauri è entrato nella grotta degli elfi e lì inizia un tormento che è attesa della Dama e di una liberazione che non viene. Il resto lo fa il suo corpo, consegnato, in modo non consueto, ad una dolorosa esposizione.

Confessione:

Io resisto (…) come un ultimo fenicottero che si attarda a volare, lasciato indietro dagli altri, e che saltella nella speranza di raggiungerli. P.17
A me è parsa un’eternità temporale, un rigurgito perpetuo in cui ogni cosa subiva un torpore disomogeneo, che rallentava la visione e ingigantiva l’affanno. P.57
Non sono riuscito a scendere dall’auto né a volare via con ali di pipistrello, era giorno. Ormai il cancello del box di casa si stava per richiudere. Ho schiacciato il tasto del telecomando e in una manciata di secondi sono uscito per strada. Muto ed anestetizzato dal senso di fallimento. P.87

Il fiore:

Così ho scoperto che il passato ha il volto del rimorso. (…) Poi sei arrivata tu Alma, e come mia madre non hai mai guardato indietro.
“Il ricordo è la tomba del desiderio” hai detto” Se ti perdi nelle sue sabbie mobili non avrai la forza di vivere”. Anche tu hai scelto il mare.
Ora non ho che il ricordo, e il ricordo è la tomba dell’anima. P.125,126.
Mi sveglio più morto che vivo. Distinguo la sagoma del cancello di casa mia. (…)
Ho la bocca secca, le labbra mi fanno male, gli occhi sembrano lontani dal corpo, inquadrano ogni cosa con la prospettiva di un binocolo rovesciato. (…)
Non sento più le gambe quando passiamo sul mosaico davanti ai gradini. Gli uccelli neri tra le tessere di pietra spiegano le ali per seguirmi. Poi più nulla. (…)
Ho bisogno di vomitare ancora, malgrado non sia rimasto nulla in corpo. Mi fanno accomodare su uno dei divanetti in corridoio. La nuca si tende contro il bordo della spalliera. Mi strofino gli occhi. Piano piano mi riabituo alla luminosità delle lampade. I grappoli d’uva opachi di Lalique e l’alcol che continua a circolarmi nel sangue. P. 174-175
Nei suoi occhi, il riflesso di una bottiglia blu cobalto con dentro due calle bianche, sistemata al centro del tavolo tra me e lei. (…)
Abbiamo ordinato due toast, un centrifugato di fragole una birra bianca, ma il cameriere è ancora imbambolato. Schiarisco la voce e tanto basta a metterlo in fuga.
Ci servono subito. Livia beve direttamente dalla bottiglia. Ha il volto luminoso, gli occhi lucidi, le labbra dischiuse, umide. (…)
Afferro la bottiglia di birra e me la scolo in un sorso. Richiamo il cameriere e nel giro di un minuto ne arrivano altre due ghiacciate. (…)
“Lauri…”
“Scusami. A un tratto mi gira la testa”
“Deve essere la birra. Non sei abituato a bere” (…)
Il mal di testa aumenta. Le tempie pulsano. Sono in vasodilatazione. Mi premo la fronte. P.264-269

I passi proposti sono altamente esplicativi. Lauri è ritratto impietosamente. Il mondo attorno a lui è diventato mostruoso e alieno, un caos su cui egli fluttua invece di camminare, con il corpo debole ed esposto, che suda, vomita, le tempie pulsano, il mal di testa lo fa impazzire, le gambe non lo sostengono. Non volerà via, sia pure con ali di pipistrello, dovrà accettare la discesa agli inferi, senza aiuti.

Livia, l’amica che è anche una collega, è con lui, nell’ultimo passo. Sono a Barcellona, in un bar dove il peso del passato rischia quasi di uccidere Lauri. Lei è bella, femminile e dolce, nel primo libro, le sue spalle vengono paragonate a dune di sabbia, su cui non si sia mai posato piede umano. Qui è descritta più sobriamente, in maniera più consona alla sua natura di Parca, di Maestra della Ragione. Livia contiene la disperazione di Lauri, è questo il suo principale ruolo, che svolge con un piccolo sorriso, spesso ironico, sulle labbra. È la dea dell’amarezza.

Dall’annullamento spazio-temporale, in cui vive e si descrive Lauri, emergono, come schegge impazzite di realtà, solo gli oggetti, che vengono descritti con quella attenzione ai contrasti cromatici che fu di D’Annunzio. I chicchi di vetro opaco di Lalique, la ruvida stoffa di una spalliera, un vaso blu cobalto che gareggia con il bianco abbagliante delle calle che contiene, la birra bianca e il centrifugato di fragole di cui indoviniamo l’aspro e il colore rosso. Il ghiaccio delle bevande e il calore della pelle bruciata da un’inutile febbre.

Entrambi i libri sono disseminati di descrizioni oppositive, a partire da quella fondamentale tra la luce e l’ombra, il mare e la terra asciutta, ma dovrei dire momentaneamente asciutta, perché l’acqua è un personaggio a tutti gli effetti e ben presente in entrambi i romanzi, segnati da un ritornello sinistro, che può suonare anche come un ancestrale avvertimento: Tutto finisce in mare.

Abbiamo già visto come, nel secondo libro, l’acqua non batta, ma conquisti la terra, impregnandola di un denso umore simile al liquido amniotico e al sangue che Alma perde in un momento drammatico della sua vita.

Il fiore:

…non ti eri mai imbattuta in pesci gialli e marrone, venati di viola.
“Saranno i primi colori che vedrà nostro figlio” hai detto. Eri incinta di due mesi. Fantasticavi sulla grandezza della tela e sulla sua posizione rispetto alla culla. Ogni volta che il bambino si fosse svegliato avrebbe creduto che il mondo fosse tutto un rimescolio di sfumature variopinte. La tua allegria relegava il buio in angoli sempre più remoti. Poi, una mattina, tutti i colori si sono ridotti al rosso tra le tue gambe. P.204-205.

L’aborto di Alma mette fine anche alla speranza di contenere il richiamo della notte, la canzone che illude gli amanti cortesi. Non si tratta di un incidente di percorso, nel giro di poche righe, apprendiamo che un difetto congenito irrimediabile impedisce ad Alma di diventare madre, vale a dire di consegnarsi alla realtà ed invecchiare.

Ed è assolutamente logico. Non si è mai visto La Dama dei Pensieri alle prese con le pappe e i pannolini. Le rare volte in cui la Belle Dame è costretta a diventare madre, è il figlio ad avere qualcosa che non va. Tutti ricordiamo la fine di Hanno, l’ultimo dei Buddenbrook, nel romanzo di Mann. Il ragazzo, già debole e nervoso, muore di tifo, egli è il figlio della donna-sirena, rimasta bella fino all’ultima pagina del libro.

Così Alma può tornare a quel mondo minerale e vegetale da cui proviene. I suoi capelli galleggiano ed hanno il colore delle reti dei pescatori, un ruggine infuocato. Sono alghe vive. È una donna-stella-marina, altre volte un giglio d’acqua, ancora: sono i suoi occhi ad essere come ninfee, è opportuno notare che la ninfea, in un celebre romanzo di Boris Vian, La schiuma dei giorni, è un male mortale.

La natura infine si congeda dal dramma ritratta, in entrambi i testi, con attenta sensibilità al suo linguaggio, mai anodino o prevedibile.

Confessione:

Poche auto parcheggiate: un assembramento di pini secolari ordinati in stitiche aiuole comunali, qualche fioriera con le piante inaridite dalla salsedine. Due cani randagi.
Era sera inoltrata e aveva piovuto. A Mondello in questo periodo non c’è nessuno, se ne sono tornati tutti nelle case di città dopo l’estate e lì rimarranno fino alla chiusura delle scuole. (…) Mondello era una palude. È strano come sia diventata ciò che è adesso… Con le finestre buie, nella loro austerità, le palazzine sembravano costruzioni abbandonate da anni. I marciapiedi si erano allagati per gli acquazzoni dei giorni precedenti e i canali di scolo intasati.
Aveva smesso di piovere solo da poche ore. P.53

Il Fiore:

Poche macchine parcheggiate sul lungo mare, i pini secolari ordinati nelle stitiche aiuole comunali, qualche fioriera con le piante inaridite dalla salsedine. In giro solo due cani randagi. Era sera inoltrata e aveva smesso di piovere solo da poche ore. Mondello era una palude deserta. Con le finestre buie, nella loro austerità, le palazzine sembravano costruzioni abbandonate da anni. P.65-66

Nella sostanziale identità del passaggio, è evidente non solo la sintesi maggiore della seconda stesura, ma la lingua asciutta, aliena da metafore e sinestesie, con cui l’autore sorprende il lettore, abituato alla sua ricchezza lessicale.

In entrambi i casi, Lauri ci racconta proprio quello che vede e non quello che il suo tormento gli suggerisce. Gli occhi gridano per tutto il romanzo, secondo una indovinata sinestesia, ma non qui. La realtà torna ad essere ciò che è, per duro che sia il prezzo da pagare. Un passaggio molto importante, che anticipa al lettore ciò che troverà nel finale.

3-

Nel congedarci dai romanzi di Angelo Di Liberto, vorrei ancora soffermarmi sulla funzione del tempo, quello del romanzo e il meta-tempo che percorre tutta la storia, come un brivido ammonitore. Lauri, il sacerdote della memoria, soffre di una grave contrazione temporale. La crisi della linea cronologica investe completamente il tempo della narrazione e anche quello della vita del protagonista. Non si tratta di una semplice anacronia, ma di una vera e propria crepa (da cui, in verità, fino all’ultimo, filtra ben poca luce). Ho usato il termine contrazione invece che amnesia, perché mi suggerisce di più l’idea dell’oscillazione che la mente di Lauri subisce, fino a quando i soldati della realtà non lo conducono fuori dalla grotta degli elfi.

La differenza tra i due testi non è radicale, ma in Confessione, l’autore cerca di più la complicità del lettore per comprendere la situazione, che, in Il fiore, è più chiaramente esplicitata. Qualche esempio.

Confessione:

La verità era nel silenzio delle parole.
Come uno schermo illuminato dal proiettore, il passato si coagula in immagini di cui non avevo memoria. Un film muto che non unisce ricordi, ma ne riproduce di nuovi …

Quella che mi si para davanti non è follia, ma la lucida confessione di un amore ambiguo. P.151
Il nostro destino si è compiuto il ventuno marzo duemilaquattordici con la tua morte. Esattamente quindici mesi fa. Per me era come se non fosse mai accaduto e quel tempo mai trascorso (…)
Te ne sei andata due volte perché la sofferenza richiede conferma. (…)
Pochi sanno che il dolore, quando diventa supplizio, può fare precipitare la mente di un uomo in una notte oscura in cui la causa dell’infelicità viene rimossa. Il dolore riconfigura il tempo… P.163

Il fiore:

Il passato si coagula in immagini di cui non ho memoria. Nuovi ricordi svelano un anno che non rammento di avere vissuto. Ad un certo punto credevo di aver perso la lucidità. Non ero folle. (…) Adesso ricordo ogni cosa. Quest’ultimo anno mi è crollato addosso come un palazzo in demolizione. So come trovarti in mezzo alle macerie. Devo guardare avanti. Devo guardare il mare. “Tutto finisce in mare”. P. 202.
Il nostro destino si è compiuto il ventuno marzo duemilaventicinque. Esattamente quindici mesi fa. In mezzo, sessantotto giorni di smarrimento, durante i quali ho rimosso la tua morte, come se non fosse mai accaduta. Un intero anno di vita confinato in una memoria a parte, inaccessibile. (…) E io mi sono aggrappato al dolore come un suicida alla sua corda. Per me tu sei scomparsa dieci giorni fa, appena dieci giorni fa. P.213

La catastrofe essenziale di questo tempo, che è stato a un passo dalla follia, descrive meglio di ogni altra cosa l’indistruttibilità dell’oggetto amato, sia in sua presenza, che, cortesemente, in sua assenza. E anche la radicalità dell’amore e del suo mito, tanto più forte in quanto ne sottovalutiamo o ne neghiamo la potenza.

In questi ultimi passaggi, la lingua, più sorvegliata e chiara della seconda stesura, non impedisce a Lauri di smarrirsi tra i mesi, i giorni, il mare, le corde e gli impiccati.

Egli è schiacciato dalla dolorosa consapevolezza di sé, che fu dell’eroe romantico, nato in quella che Alfred de Musset definì una generazione fragile ed agitata e lo fece in un libro magnifico: La Confessione di un figlio del secolo. Madri divorate dall’ansia e padri assenti generano ogni tanto una generazione ardente, pallida e nervosa.

Non è accaduto solo alla fine delle guerre napoleoniche. Ma semplicemente alla fine di qualcosa, quando il nuovo che avanza è insopportabile.

Del resto il primo libro ha un titolo che è un programma ed è anche il più investito dallo spirito del 1800, un secolo di sogni, di utopie, di ville, di tavolini che volano, di tende barocche, di miseria, folle lacere, guerre e rivoluzioni.

Ma non è ancora tutto. Come osserva Michon, in quel mirabile romanzo che è Gli Undici (altrettanto magnificamente tradotto da Giuseppe Girimonti Greco), i riflessi cambiano sul vetro quando ci si sposta un poco. E se anche il lettore lo fa, pur limitandosi alla lettura del solo secondo libro, incontrerà un incredibile caleidoscopio di piani temporali, inseguendo le allusività letterarie di cui è ricco.

Ne vediamo una in dettaglio. Siamo nel secondo testo, quasi alla fine, Lauri ricorda un gesto di Alma, una circostanza semplice, all’apparenza quasi banale.

Il fiore:

In alto su uno scaffale della biblioteca c’è il volume I fiori del male. Lo apri, una pagina a caso. In quel momento il tuo viso prende fuoco. Poche righe scatenano il tuo malessere.
Così su di un corpo adorato l’amante/ coglie il fiore squisito del ricordo.
Affondi un’unghia proprio in quel punto. P.301

Alma, turbata dai versi del poeta francese, li sottolinea con l’unghia, ripetendo lo stesso gesto che D’Annunzio fa compiere a Maria Ferres, una delle protagoniste di Il Piacere.

Anche lì abbiamo un uomo pallido e ardente, con l’olfatto sensibile come Lauri, spesso con le tempie doloranti, e il corpo travolto dalla forza del suo sentire.

Ma qui il gesto di Alma è il prodotto di un improvviso turbamento di fronte alla forza evocatrice del ricordo (un presentimento?), inoltre sta leggendo una poesia di Baudelaire, di languida e tentacolare bellezza.

Maria Ferres invece è incantata dal parallelismo tra la sua situazione di giovane moglie sedotta da Andrea e i versi della poesia The Magnetic Lady to Her Patient (La magnetizzatrice al suo paziente) scritta dal poeta romantico inglese Percy Bysshe Shelley. Il verso sottolineato è: And forget me, for I can never be thine (E dimenticami, perché io non potrò mai esser tua).

Innamorata del giovane conte, Maria trascura il significato con cui la donna nella poesia di Shelley pronuncia quelle parole di rinuncia: non è lei ad essere presa del suo paziente, che sta curando con l’imposizione delle mani come si usava nel primo ottocento negli studi di mesmerismo, ma è il poeta ad amarla inutilmente.

Ecco un bel giro di duecento anni. Non potrò mai essere tua, riporta amaramente uno dei padri del romanticismo inglese. L’effetto della cura è stato pagato con nuovo dolore. Decenni dopo, una giovane donna sottolinea con l’unghia aristocratica il verso: le piace, è proprio così, anche lei non potrà mai appartenere ad Andrea, il conflitto morale è una sola cosa con il desiderio che la rende (ancora una volta) ardente e pallida.

Infine, ecco una ragazza dei nostri giorni, trasalire davanti a una poesia che parla della forza devastante del passato e del suo implicito sacrificio. Il verso è sparito sostituito da altri, ma il gesto è rimasto: un segno profondo sulla carta. Per sempre, Lauri.

In chiusura, lascio il testo della strofa di Shelley da cui è tratto il verso sulla impossibilità di appartenersi, che è, ancora una volta, un richiamo della mistica notte.

Potrebbe essere il saluto che Alma rivolge a Lauri.

Dormi con il sonno dei morti e dei non nati, dimentica la tua vita e il tuo amore; dimentica che dovrai svegliarti per sempre; dimentica l’ottuso disprezzo del mondo; dimentica la salute perduta, e i divini sentimenti che morirono nella breve aurora della giovinezza; e dimentica me, poiché io non potrò mai essere tua.”

Versi magnifici, per una storia, quella di Lauri e Alma, di sogno e di tormento, nella quale il vero protagonista resta sempre il testo. È lui il grande incantatore.

Scritto da
Francesca Capossele
Di' la tua

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Commenti recenti