Morto il rock torna il biopic: anatomia di una compensazione

Morto il rock torna il biopic: anatomia di una compensazione

I cosiddetti “biopic”, crasi mediante la quale si tengono insieme il termine “biography” e l’aggettivo “epic”, non sono un prodotto recente del cinema rock.

È il 1978 quando il film “The Buddy Holly Story” dell’esordiente regista Steve Rash, incentrato sulla tragica storia dello sfortunato rocker morto in un incidente aereo a soli 22 anni, si impone come primo tentativo di raccontare l’epica del rock attraverso figure simboliche per intere generazioni, alla ricerca dei lati oscuri della fama, delle dipendenze, insomma, dell’aspetto più drammatico e poetico di una musica nata e cresciuta con spirito ribelle.

Il Jim Morrison di Oliver Stone, la pseudo-Janis Joplin interpretata da Bette Midler di “The Rose”, si trasformano in archetipi, attraverso i quali rappresentare e veicolare i valori sociali di un’epoca storica ormai archiviata.

Si tratta, in ogni caso, di esempi sporadici, piccole ondate (come alla fine degli anni Ottanta, segnati da biopic come “Sid & Nancy” di Alex Cox e “Great Balls of Fire” di Jim McBride).

Prima del passaggio di millennio, il biopic resta un genere legato alla narrativa di finzione piuttosto che al film rock, una sorta di terreno sperimentale da maneggiare con cura e solo nel caso si trattasse di personaggi-simbolo. Quello che interessa a Oliver Stone quando pensa a “The Doors” non è raccontare la storia della band.

Il regista statunitense, partendo dall’idea di un film essenzialmente basato sul messaggio poetico di Morrison, si è spinto molto oltre la realtà, disegnando un personaggio etereo, quasi spirituale, attirandosi le ire dei fan, che considerarono poco veritiero il Jim rappresentato nel film, e del tastierista Ray Manzarek, che ha cercato di ostacolare il lungometraggio con tutte le sue forze. Stone, però, non aveva alcuna intenzione di essere fedele alle cronache. Il suo doveva essere, prima di tutto, un racconto personale, partito dall’esperienza e dalle emozioni intime di un giovane ventenne di fine anni Sessanta, catapultato in Vietnam a combattere una guerra che nessuno capiva e quasi nessuno voleva.

“Volevo rivisitare l’adolescenza che non avevo mai avuto perché ero in Vietnam”, ha ammesso il regista. E un approccio simile è quello di Cox, molto più interessato a raccontare il potere distruttivo dell’eroina che a indagare sull’omicidio di Sid Vicious, accontentandosi delle verità “ufficiali”.

Di pari passo con la perdita di centralità del rock nella cultura musicale mainstream (una situazione quasi completamente rovesciata rispetto a quaranta-cinquanta anni fa), negli ultimi anni assistiamo a una sempre più massiccia e massificata produzione di film rock biografici. Se da un punto di vista commerciale appare comprensibile, a distanza di più di settant’anni dalla nascita del rock’n’roll, lo sfruttamento “a colpo sicuro” di personaggi e band difficilmente discutibili e ormai ascesi al pantheon delle divinità del rock, non è altrettanto scontata la ragione storica di questa vera e propria esplosione tardiva. E la domanda, la più difficile di tutte, che continua a ronzarci nelle orecchie dagli anni ‘70, quando sulla questione si pronunciò un provocatorio David Bowie, torna prepotentemente alla ribalta: “Il rock è morto?”.

Non vale la pena di essere così categorici, né si pretende di dare la risposta a un quesito così complesso in poche righe, ma si può tranquillamente affermare che il rock oggi si presenti come un linguaggio musicale ormai da tempo codificato, che ha perso il suo valore identitario nei confronti delle nuove generazioni, pur conservando un forte legame, dal sapore nostalgico, con quelle precedenti. Ed è proprio questo il punto. Relegata ad una nicchia la sua componente creativa, il rock si riduce, a livello mainstream, a racconto e rielaborazione del passato. In questa dimensione nostalgica si inseriscono molti dei biopic e delle serie tv biografiche che nell’ultimo decennio hanno visto protagonisti figure del rock divenute leggendarie come Freddie Mercury, Jimi Hendrix o Bob Marley.

In alcuni di questi film, come nel caso del premiatissimo e acclamatissimo “Bohemian Rhapsody”di Bryan Singer, la rievocazione, raggiunta attraverso la ricerca della somiglianza fisica con ambienti e protagonisti, sembra prevalere sull’aspetto simbolico, alla stregua di un’imitazione. A volte così dettagliata, da stupire come un effetto speciale. Nel film interpretato da Rami Malek, la sequenza della performance dei Queen al “Live Aid” è quasi identica all’originale, così come la somiglianza degli attori con i personaggi che interpretano è stupefacente.

Per fortuna, non mancano le eccezioni. Film che, grazie ad un approccio d’autore, si riallacciano al filo rosso che da mezzo secolo riesce a tenere insieme le storie rock alle esigenze creative, piegando la verità storica al mito.

Baz Luhrmann trasforma la carriera di Elvis in un circo guidato dal Lucignolo di turno, il Colonnello Tom Parker. Interpretato da Tom Hanks, è lui, irresistibile imbonitore, a dare voce alla narrazione. Senza preoccuparsi troppo dell’aspetto filologico, né di dissacrare divinità intoccabili come il Re del Rock’n’Roll, il regista australiano, narra una bellissima storia di inganni e tradimenti, amore e odio, passione per la musica e cinismo del business in cui Presley è sì protagonista, ma condivide il ruolo con il perfido Colonnello, che in una fiaba vestirebbe i panni dell’aiutante, del mago e anche dell’antagonista. Luhrmann rifiuta le immagini stereotipate e riconnette Elvis con il mondo che lo circonda, attribuendogli un’etica e una coscienza politica. Il Presley di Luhrmann non nasconde i propri sentimenti, si ribella al segregazionismo, piange per la morte di Bob Kennedy, ma anche per quella di Martin Luther King.

Con un approccio autoriale paragonabile a quello di Luhrmann, “A Complete Unknown” di James Mangold e “Liberami dal nulla” di Scott Cooper, si concentrano su un momento particolarmente significativo e molto circoscritto della carriera di due colonne portanti della popular music: la “svolta” elettrica di Bob Dylan, netta scelta di campo in un passaggio cruciale nella storia del rock, e la registrazione di Nebraska, l’album più intimo e tormentato di Bruce Springsteen.

La qualità di questi film, che si staglia facilmente sulla mediocrità di una produzione strabordante, dimostra che, quando le intenzioni di registi e sceneggiatori si allontanano dalla logica revivalistica da tribute band del “quanto più somiglia all’originale tanto più assume valore”, le storie rock rivelano tutto il loro potenziale immaginifico, aprendo le porte alla creatività.

Scritto da
Daniele Follero
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