Così le acque, così le parole

Così le acque, così le parole

Sono tempi imperscrutabili, non c’è niente da scrutare. Sono tempi senza Dio.
Fausto Paolo Filograna, Così le acque, 2026, Exòrma Edizioni, p. 15

A Torino, dove per ora vivo, quest’estate piove poco. Per il caldo la superficie del fiume si è ricoperta di distese di spirogyra, elodea nuttalii e altre verdività invasive. Anche i tempi fuori del romanzo sembrano senza Dio, ho pensato mentre il bus curvava sul Ponte Emanuele I.

E penso che vorrei scrivere qualcosa sul romanzo di Fausto, scrivere di quello che contiene, ma non come fosse un paper freddo e granitico – richiesto dai tempi pubblicitari senza Dio in cui viviamo (i personaggi sono…; l’ambientazione è…; rizomatico agentivo post-umano…) – ma come una piccola nota critica, come il messaggio possibile da parte di un amico che magari vive in un paese estero e vuole restituire le impressioni di ciò che ha letto.

A chi vuole sapere di questo romanzo per prima cosa dirò che la trama è semplice ma non riassumibile per intero. Ci sono un uomo e una donna che vivono una casa e confidano nella nascita di una figlia nonostante fuori il mondo stia deteriorandosi, in un perenne giudizio/diluvio universale, e l’acqua, anziché fluire consueta, sale dal basso, e questa figlia in realtà è la speranza, l’attesa messianica, che qualcosa cambi e si rinnovi: la vita e i suoi pensieri.

Sui pensieri viene eretto il romanzo (per questo non riassumibile) – il protagonista pensa…; la protagonista pensa…. e il pensiero di uno e dell’altra sono quasi complementari, perché in quello di Gavril ci sono la confessione a Dio, la sua legge, il peccato e la colpa che fanno da nimbo sulla sua testa, e in quello di Anna la malattia psichica e la maternità, i cui confini sono però appannati dalla molta luce delle idee immaginative.

E intanto pregavo. E pregavo con la preghiera che mi aveva insegnato mia madre e dicevo: Non permettere che mi addormenti nella morte del peccato; e poi dicevo Dopo il sonno della notte, fai splendere per me un giorno senza peccato, o Cristo Dio, dammi un pensiero nuovo, e salvami. (p. 33)

E sono salita, e io temo che, lassù, il reparto di psichiatria non sia che la prosecuzione del reparto di maternità, sì, e il reparto di maternità la prosecuzione del reparto di psichiatria, Gavril, allo stesso modo in cui un orfanotrofio diventa naturalmente un manicomio, e noi non sappiamo in quale dei due stare. Noi sempre ci muoviamo tra l’uno e l’altro, e la felicità per noi è la destrezza dei piedi, quando sanno stare ora in uno ora nell’altro. Ogni cosa sarà riscattata. Forse un figlio mi salverà. (p. 41)

Quindi è un romanzo di pensiero. Non so, in quali proporzioni, filosofico, esistenziale, metafisico, apocalittico, implicitamente ecocritico, onirico, [anti]biblico: ma di pensiero. E i pensieri vengono anche a chi legge: filosofici esistenziali metafisici e così via.

Dicevo che è un libro di tanti pensieri (confezionati dalla scrittura) e allora è automatico che sia un libro di parole. A volte capita che ci sia dentro anche qualcosa che viene prima di loro, o le succede, le insegue come la minaccia di un acquazzone. È il punto di precedenza o l’inseguimento di un significato aderente, la lingua personale di Gavril e di Anna che sale dalle loro bocche infreddolite ed evapora attorno al calore di una stufa.

Io non so come ci si veste. Io non ho una temperatura mia, Gavril. Io guardo fuori, e vedo la neve, e metto una coperta. Poi guardo fuori, rivedo la neve, e me ne metto un’altra. E anche se è spessa e ricamata, e lunga, io ho freddo e ho caldo senza sapere perché. Forse perché non c’è il sole a scaldarmi. E se non c’è il sole io divento fredda. Come una pietra, sì. E quando ricordo che sono malata, questo freddo diventa insopportabile. Ma quando tornerà il sole diventerò calda, come le pietre, come l’acqua dei fiumi. Io non ho una temperatura mia, Gavril. (p. 68)

E che è l’opposto della lingua del dottore che tutto vuole nominare con precisione scientifica e nosologica: ché il mondo fa le parole, e quando noi concludiamo su questo mondo le parole finiscono insieme a noi, ma non quelle della medicina preservate nelle mappe anatomiche.

Anna e Gavril si resero conto che lui non aveva detto nulla forse perché loro avevano detto troppo, e ammutolirono. Il dottore aveva acceso il monitor di poco fuori dal misero cono di luce del lampadario. E come in una visione notturna sullo schermo erano comparse masse grigie e zone di luce: si muovevano sulla sua superficie sacche luminose che pulsavano e si dilatavano, si allargavano e si restringevano nel grigio, si allungavano e si contraevano all’interno della sagoma di una piccola bambina che si muoveva, come un ecosistema di piccole luci e ombre brulicanti. Quando nascerà, sussurrò Gavril, quasi nascosto in un angolo da cui guardava sul monitor, ci giudicherà secondo la Legge, disse ad Anna, sperando in cuor suo che il dottore lo sentisse. Quale Legge? Quale pietra? Disse il dottore. Questo è il cranio, disse indicando, ecco il mesencefalo, ecco il rachide, la colonna vertebrale. Ci giudicherà secondo la Legge, ripeté Gavril. Legge è solo una parola. Meglio essere sordi, muti, o pazzi, che credere alle parole. Queste sono le orbite, questa è la mandibola, queste le ossa nasali. Quando nascerà crollerà persino la giustizia, poiché è fatta di parole. E crollerete voi, se siete fatti di parole. Muoiono i corpi, figuriamoci le parole. (p. 129)

Allora ciò che accade non è una collisione tra due stilistiche, ma tra due epistemologie: da una parte, la lingua dell’esattezza e della classificazione, e la legge di sapere che vige è l’omogeneità e non gerarchia fra i termini; dall’altra, la lingua proverbiale ed esperienziale che sottintende tanto il piano comune dei verbi monovalenti quanto i ranghi più alti del simulacro, una presunta verità che trattiene dal crollo.

Forse andrebbe aggiunta una maggiore nota sul paesaggio attorno, difficile da immaginare come reale, oppure anch’esso risolvibile solo nel pensiero, nel sogno, in una loro emanazione, sì. L’acqua, il fango, il freddo, una glaciazione.

Ora la città è cambiata, Gavril. Ora ho visto. La pioggia ha allagato ogni cosa. La città è solo il cerchio di un combattimento di cani, pieno di polvere e di bava, che io devo attraversare. Prima era il grande capezzolo di Dio, a cui per anni ci siamo attaccati e abbiamo bevuto con gli occhi socchiusi, pensavo. O forse Dio è il neonato che beve con gli occhi socchiusi dal capezzolo del mondo, e ci sugge. Ora la città è cambiata, la pioggia, l’acqua. Ha lo stesso nome ma non è la stessa cosa, come gli uomini, che hanno lo stesso nome da vivi e da morti ma non sono la stessa cosa. (p. 30)

Ormai in città si camminava quasi solo al buio e con gli stivali ai piedi. Tutti i negozi di un tempo erano chiusi, tranne alcuni che, abbandonata la propria sede, si erano trasferiti ai piani alti, dentro comuni abitazioni. Le insegne, così, non indicavano più niente, se non una versione archeologica della mappa della città. Ogni cartografia era andata. (p. 99)

Un paesaggio disattivato dall’ordine naturale, e che appartiene solo alla continuità del pensiero: gli alberi, le strade, la discarica, l’altopiano, «tutta roba di un mondo che tra poco sarà passato» (p. 57), e per cui ci si chiede che cosa sia la colpa dell’uomo, la causa del suo disfacimento. E la rivelazione arriva solo nell’annuncio finale della bambina nata:

C’era solo la colpa. Essa esisteva da prima del mondo, e per questo ci sarebbe stata anche senza l’umanità. La colpa si legava agli agenti subatomici della materia, che si distruggono e si legano; alle cose senza volontà e senza intenzione, nel mondo organico e in quello inorganico. Alle sostanze combustibili, al calore, all’ossigeno che esprime il fuoco e incendia i santi. La colpa nel silenzio annetteva le fibre della materia, si installava nelle variazioni di pressione che creano il vento, nel freddo, nell’apparente vuoto cosmico che custodisce il nostro pianeta. Da lì si incistava nella lingua degli uomini, certo, nel sistema delle parole, e della Legge, e della verità, e della preghiera. Ma che cosa sono le parole? La storia è la storia dei corpi, e le parole, che compongono il racconto della vita di ogni uomo, finiscono col suo corpo. Così dicevano, ma la colpa, io credo, era solo l’ingenua parola con cui intendevano la materia; e per questo, infine, ne ricercavano la causa. Ma quando mai le colpe o i peccati hanno ostacolato l’inverno? (p. 150)

Quindi della colpa non persiste una categoria morale, teologica; viene smontata la possibilità stessa che essa sia attributo di una struttura dell’umano. Non è altro che il nome ingenuo, antropomorfico, con cui si cerca di dare senso ai processi entropici che lo precedono e che continueranno pure dopo di esso; è una metafora cosmologica per tentare di nominare l’inerzia trasformatrice della materia. Ed è l’equivoco nato dalla proiezione linguistica di un mondo che non ha bisogno di essere interpretato. Pertanto, nessun «e fu sera e fu mattina»: solo la persistenza delle interazioni molecolari, dei gradienti energetici, dei processi di legame e dissociazione al di sopra di qualsiasi evento narra-bile/tivo.

Scritto da
Edoardo Occhionero
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