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Sei stata certezza, ora sei enigma. Angelo di Liberto, Confessione di un amore ambiguo, p.41.
Sei stata certezza, ora sei enigma, Angelo di Liberto, Il fiore del ricordo, p.52.
Ho sempre amato il work in progress di un autore. Oggi il digitale consente di cancellare tutto il lavoro di riscrittura, o di conservare anche le virgole, ma mai più avremo l’emozione di vedere nelle carte di un poeta (Leopardi) come gli occhi molli di una ragazza amata siano, di tentativo in tentativo, diventati ridenti e fuggitivi, timidezza e sfida al posto di una polla d’acqua.
Nel caso dello scrittore Angelo Di Liberto, abbiamo addirittura due interi romanzi da sottoporre ad un’analisi comparativa, anche se di un libro solo si tratta, rivisto e cambiato, passando da un’edizione all’altra.
Nel 2018, il primo romanzo esce per la casa editrice Centauria, con il titolo Confessione di un amore ambiguo. Poco dopo la pubblicazione, la casa editrice chiude e, di fatto, il romanzo cessa di circolare, diventando rapidamente un oggetto di culto per appassionati. Nel 2026, l’editore Gallucci, con il quale l’autore ha pubblicato con successo libri indirizzati ad un pubblico giovane (e meno giovane), gli propone di ripubblicare il romanzo. Ed ecco che Confessione di un amore ambiguo riemerge, nella collana Glifi-La via Lattea, con una nuova veste grafica e con il titolo cambiato. Ora è: Il fiore del ricordo.
Si potrebbe sostenere che le variazioni fondamentali riguardino il contesto editoriale, il titolo, la veste grafica e, naturalmente, la copertina, ma queste sono solo le più evidenti.
La vicenda è ormai piuttosto nota: Lauri è un chirurgo palermitano, sposato con Alma, una pittrice. La donna sparisce dopo una notte di tormento, mettendo fine ad una relazione intensa e mai incrinata dalla mediocrità.
La sua ricerca apre al lettore una vasta gamma di possibilità di lettura: dramma di sentimenti, giallo, indagine profonda sulla perdita e la morte, riflessione sugli affetti della vita quando essa si spezza, infatti il libro è ricco di comprimari: l’amico del cuore, l’amante rifiutata, la donna-amica, il fedele custode, la governante paziente, l’eredità degli affetti di famiglia. Ognuno svolge un ruolo, offre una chiave, apre una porta.
Ma, senza timore di anticipare troppo, la sparizione di Alma, che svanisce dopo aver chiamato il marito con un nome che non è il suo (Alfredo), è soprattutto l’occasione che ha permesso all’autore di avviare una profonda analisi della vulnerabilità e del dolore maschile legati alla perdita.
Diciamo anche che il passaggio da Confessione di un amore ambiguo a Il fiore del ricordo è caratterizzato da una profonda operazione di riscrittura stilistica, piuttosto che da un cambiamento radicale della trama.
Angelo Di Liberto ha usato la seconda pubblicazione per compiere un lavoro di attenta rifinitura e di affinamento dello stile, lavorando per sottrazione rispetto alla concentrazione e alla ricchezza della lingua nella versione precedente, indubbiamente per dare risalto al dramma interiore del protagonista. Ciò è avvenuto principalmente rendendo più sintetici i dialoghi e i monologhi (chi scrive sa bene che sono tra le parti di un romanzo più difficili da realizzare, secondo le leggi della verosimiglianza).
Alla ricerca di una parola più essenziale, corrisponde anche una maggiore caratterizzazione del disagio della sofferenza attraverso la descrizione del corpo maschile, tratto questo più raro da trovare in letteratura. Siamo più abituati a vedere la sofferenza femminile manifestarsi attraverso l’espressione corporea, emotiva, quando non penosamente viscerale. Il dolore maschile è più consegnato ad una consigliata discrezione, che può diventare occasione per una ricerca di un senso più ampio.
La scrittura diviene così elaborazione, riflessione filosofica, qualche volta, silenziosa alienazione. Vi sono tuttavia importanti precedenti, penso all’esperienza straordinaria della poesia cortese e all’ottocento romantico. Riflettendo sui testi di Angelo di Liberto, sarà possibile riscontrare tutta la ricchezza di questa tradizione.
Ma, prima di avviare il lavoro di analisi, vorrei soffermarmi ancora su alcune considerazioni generali.
Tra le due edizioni sono passati otto anni, è un tempo sufficiente per vedere il proprio lavoro in prospettiva. Confessione di un amore ambiguo (da questo momento in poi, lo chiameremo, per brevità, Confessione) si avvale di una copertina magnifica.
In essa troviamo la riproduzione di un quadro di Louis Treserras, un pittore e fotografo francese, si tratta di Lauralou et les poissons rouges en cage.
Una ragazza vi è ritratta con la tecnica consistente nell’applicare sottili strati di pittura per dare alla pelle un effetto patinato e realistico. Giovane e bellissima, la modella, dai lunghi capelli rossi, si offre in uno splendore senza tempo, sontuoso come la tradizione del Rinascimento, ma inquietante per il richiamo alla pittura preraffaellita.
Regge una gabbia vuota, dalla quale i pesci sono sfuggiti (o mai entrati). L’innaturalità di una gabbia per i pesci, che rimane comunque disabitata, suggerisce di per sé l’idea di una fuga, di una estrema fragilità, dell’illusione, ambigua, appunto, per sua natura. Nessuna copertina poteva meglio rappresentare il messaggio del romanzo e la sua protagonista.
Il fiore del ricordo (che, da ora, abbrevieremo, per le stesse ragioni di cui sopra, in: Il Fiore) si presenta con una sorprendente copertina vagamente optical, che in nulla ha, giustamente, la pretesa di rivaleggiare con la precedente.
L’esplicita contaminazione tra linguaggi visivi, come il cinema e il fumetto, con l’arte pop e il richiamo sfacciato alle immagini patinate di certa pubblicità sono, del resto, la firma del suo ideatore: l’Art-Director Sebastiano Barcaroli.
Su uno sfondo scuro, il preteso volto di Alma sfuma in una macchia di luce, di cui la bocca, sensuale come il fiore della poesia di Baudelaire, a cui si deve il titolo, mette il sugello della fine.
Comparare queste due incomparabili copertine ci dà subito un fondamentale suggerimento sulle radicali differenze tra le due stesure. Nella prima, l’accento è posto sulla sparizione della donna e sul potere magico della sua bellezza, su cui torneremo ancora. Nella seconda, il richiamo al volto e al corpo dell’amata è realizzato attraverso la funzione esplicita del ricordo e dunque della pedagogia interiore del dolore, che il protagonista sperimenta dentro di sé. Se avessimo ancora qualche dubbio, non resta che rileggere una parte significativa della poesia Le parfum, da Les Fleurs du Mal, di Charles Baudelaire.
Lettore, hai qualche volta respirato
con sottile ingordigia, inebriandoti,
quel granello d’incenso che una chiesa
riempie, o il vecchio muschio di un sacchetto?
Profondo incanto, magico, del quale
il passato sepolto e ritrovato
ci inebria nel presente! Così coglie
l’amante sopra un corpo amato il fiore
squisito del ricordo.
Il meglio dell’atto del ricordare, del “non lasciare andare” e affidato qui, pressoché interamente, allo sforzo solipsistico della sofferenza, che si realizza, in entrambi i testi, come vedremo, in una temporanea confusione della memoria. La seconda copertina, con il suo stile così attuale, ci annuncia anche un maggior peso della realtà legata ai fatti, alle esigenze imperative di ciò che accade.
Ancora qualche osservazione sull’extra-testo. Nella prima stesura era più ricco di note e citazioni, tra l’altro, nel secondo libro sono scomparsi i ringraziamenti.
In compenso, Il Fiore si avvale di una esaustiva prefazione del premio Campiello 2025, Wanda Marasco. In essa troviamo conferma di questa spiccata natura del romanzo di ricerca della verità, che coincide con il ritrovamento della persona amata, e mette in luce tutta la fragilità della nostra vita, delle sue apparenze e delle relazioni sociali nel loro insieme.
La preziosa introduzione si affianca alla prestigiosa fascetta dell’edizione precedente, che porta la firma di Amélie Nothomb, nella quale vengono sottolineate la raffinatezza e l’inquietudine gotica di questa storia.
Fedele all’idea che la scrittura possa essere una griglia estetica attraverso cui l’artista osserva il mondo, Angelo Di Liberto si dedica alla cura assoluta della parola, proponendosi di percorrere quella strada visionaria che è di Michon e che fu di D’Annunzio, nella tradizione italiana.
Continua…


