I mestieri editoriali e il teorema dei due carabinieri

I mestieri editoriali e il teorema dei due carabinieri

Se chiudo gli occhi e lascio scorrere le immagini sulle attività culturali di questo paese legate all’editoria e al libro lo schermo mentale resta buio. E non solo perché le iniziative e le risorse profuse nella creazione di spazi letterari, dal sapore vetusto, sono vicarie di una visione obsoleta della cultura, in cui politica, imprenditoria, comunicazione reiterano dinamiche dove il lettore esiste sempre meno, ma soprattutto perché nella convulsa ricerca di un capro espiatorio, come fa Nicola Lagioia nel suo articolo del 25 gennaio u.s. su “Lucy”, lo sguardo punta in un’unica direzione, individuando un soggetto e escludendo una pluralità.

Poco importa se Lagioia, nell’attribuzione di responsabilità, chiama in causa destra e sinistra nel vecchio teorema dei due carabinieri, dove il gioco di maggiorazioni o minorazioni di una funzione conduce comunque al medesimo limite, ciò che interessa sottolineare è una sfocatura di veduta, l’orizzonte senile e non dirimente di chi rivolge attenzione al dispositivo più inflazionato, la politica, finendo comunque per attaccare il Ministero della Cultura colpendone il suo rappresentante temporaneo.

L’ex direttore del Salone Internazionale del Libro sostiene che “Dietro alle polemiche sull’egemonia culturale di destra e di sinistra, si nasconde un problema più profondo: la cultura italiana non è competitiva a livello istituzionale, per mancanza di idee, per sciatteria, per l’incompetenza di chi dovrebbe valorizzarla politicamente”.

Se a una prima e frettolosa lettura l’enunciato potrebbe essere condivisibile (peraltro Lagioia fa riferimento esclusivo alla mancanza di competitività del comparto editoriale italiano nei confronti del resto del mondo, con riferimento particolare alla Buchmesse, la più importante fiera editoriale esistente che quest’anno contemplerà come paese ospite l’Italia), a una più attenta analisi quanto esposto risulta insufficiente, quando non carente, così come, in fondo, l’intero articolo.

Prima di rispondere punto per punto è necessario mettere in campo ogni argomento tirato in ballo dallo scrittore-sceneggiatore-conduttore radiofonico-direttore editoriale di Lucy: l’egemonia destra-sinistra (di cui poco sopra), una riforma che metta in relazione i grandi giocatori del settore editoriale, il ruolo dell’Italia nel mondo, “chi è genio lo stabiliscono i lettori…”, preferire i fedeli ai talentuosi.

Un po’ poco per una analisi dettagliata e utile.

Perché se la domanda di Lagioia, rivolta nella sua interezza a Sangiuliano “Prendiamo ad esempio l’industria del libro e la promozione della lettura. Che risultati sensibili ha non dico ottenuto ma almeno inseguito Sangiuliano mentre era impegnato a rilasciare interviste piccate e a strappare i microfoni ai suoi interlocutori?” può essere estesa ai suoi predecessori (ancora una volta il teorema dei due carabinieri), è pur vero che rimaniamo sempre negli stessi acquitrini politici che da soli non sono dirimenti.
La cultura italiana non sarebbe competitiva a livello istituzionale per mancanza di idee, per sciatteria, per l’incompetenza di chi dovrebbe valorizzarla politicamente, come sostiene Lagioia, ma che a ben vedere ne sono il sintomo, non la causa. Sarebbe come identificare un antibiotico aspecifico per un’infezione senza indagare le cause dell’insorgenza. Il rischio è che a lungo andare si sviluppi una resistenza all’antibiotico e una sepsi conseguente alla somministrazione, quest’ultima di fatto inidonea.

E il caso è proprio questo e il continuare a non volere vedere al di là della politica ci limita nell’analisi e nell’azione.
Non è vero che mancano le idee, ma valgono di più quelle dei fedeli, non quelle dei talentuosi sia a destra che a sinistra. Nel rispetto di un principio, il merito, di cui Lagioia non fa menzione, motore assente di una rivoluzione culturale trasversale, che attiverebbe catene cinetiche del sapere altrimenti impossibili, dando risalto, per l’appunto, ai talenti.

Altro che balletto goffo e disdicevole di nomine, il merito non ammette incompetenti, non fa differenze di schieramento, perché è affine alla qualità della proposta editoriale, delle pubblicazioni, della statura intellettuale dell’autore, di quello di cui si ha realmente bisogno: senso della forma e della lingua, dell’espressione, uno stile personale profondo e conoscitivo come costruzione di sé. D’altronde il piacere di leggere dovrebbe aprire a un processo di conoscenza come parte integrante di tale sviluppo.

L’Italia è già provincia delle arti, non c’è nessun pericolo che lo diventi, è realtà adesso, in un paese che, dice ancora Lagioia, legge sempre meno, senza investigarne le cause. Però dimentica di dire che i librai, per nulla incentivati dal sistema e marginalizzati, sono costretti a leggere 600 cedole librarie a settimana, essendo la produzione di libri ormai fuori controllo; che il sistema distributivo andrebbe rivisto; che le storture dell’editoria sono innumerevoli, a cominciare dalla gestione del potere da parte dei grossi editori, che esautorano i piccoli accaparrandosi tutti gli spazi disponibili e, cosa più importante, la perdita annuale emorragica di lettori.

Nel 2022 ha letto un libro all’anno il 39,3% degli italiani, il restante 60,7% che ha fatto? Si è perso nell’insipienza di un analfabetismo funzionale che colpisce, a seconda della fonte e dell’istituto, dal 28% al 47% della popolazione italiana. Quest’ultima piaga è dilagante, se non se ne parla e se non si mettono in campo tutte le strategie più idonee a fronteggiarla ci ritroveremo in un sistema in cui i cittadini saranno incapaci “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”. Ma l’analfabetismo funzionale è anche molto più di questo, perché non riguarda solo un testo scritto ma coinvolge la capacità di lettura dei fenomeni della quotidianità e della contemporaneità, d’interpretazione e utilizzazione delle informazioni che ci arrivano dall’esterno, della messa in relazione con altri fenomeni e esperienze.
In uno scenario del genere qualunque Ministro della Cultura può fare quello che vuole, tanto chi è in grado di valutarne l’operato? Baudrillard in proposito sosteneva che in poco tempo costruiremo una società in cui tutti saranno trasmettitori e ci saranno pochi ricevitori, per eccesso d’offerta e insufficienza di destinatari. Se poi in quei destinatari vi è un’alta percentuale di analfabeti funzionali le conseguenze sono già dedotte a priori.

La domanda non dovrebbe essere “che cosa è riuscito a fare il ministro Sangiuliano”, ma che rapporto esiste tra società e cultura. Nemmeno di questo Lagioia sembra occuparsi, operando per attivarsi in un sistema passante in cui la letteratura è vicaria di altri mezzi (TikToker, Youtuber), mai votati alla qualità e al merito. Preferisce soffermarsi su un’auspicabile riforma senza delinearne i possibili connotati. Depreca l’atteggiamento delle partigianerie politiche nella bagarre su Tolkien (di destra) e Calvino (di sinistra) o sulla nomina del commissario del centro-sinistra Ricardo Franco Levi rimpiazzato da Mauro Mazza dalla destra. Ma nulla delle questioni focali della difficoltà dei piccoli editori a rimanere sul mercato e della vera ragione per cui la letteratura italiana non è competitiva all’estero, in un condominio nazionale in cui tutti si comportano da proprietari essendo solo inquilini. Perché se le nostre proposte non vengono tenute in considerazione è perché non solo la politica non se ne occupa lasciando da soli gli attori della filiera, ma anche perché all’estero proponiamo sempre gli stessi editori e gli stessi nomi di autori, forti di vendite e carenti di merito reale. Se ai polpettoni sentimentali, se alle saghe familiari scrause travestite da romanzo storico noi opponessimo una selezione letteraria autorevole calibrata su uno zoccolo sempre più ampio di consensi autentici e non spinti, non creati a tavolino per durare il tempo di una stagione (quando va bene), forse l’Italia avrebbe la possibilità di fare valere narratori di spessore, visioni altre, stili e forme inusuali, originali e iconiche. E iniziative lodevoli perché rivolte agli orizzonti futuri e ai lettori come Modus Legendi, che (a proposito di assenza di idee) è riuscito a portare in classifica di vendita nazionale per ben quattro volte altrettanti libri di pregio, denunciando di fatto una stortura di sistema culturale e proponendo un’alternativa, andrebbero rivalutate, incoraggiate e premiate dalla stessa filiera editoriale, distratta dal best seller e insidiosa contro la qualità.

Perché per ogni Sangiuliano che va c’è un’editoria che resta, senza tensione morale, defraudata della propria identità, in cui le differenze tra editori sono volutamente ignorate, nello spreco di risorse e talenti, nel mancato avviamento di un’azione concreta da parte dei lettori, sempre più inerti e incapaci di spirito critico. Se è vero che Sangiuliano “non sa spesso quello che fa, chiede lumi a chi ne sa di meno, scarseggia in buone idee, brancola nel buio, si arena di continuo” è pur vero che è espressione di un popolo che ha rinunciato a emanciparsi, in tempi impolitici e passivi, anche per colpa di chi della cultura, della letteratura ne ha fatto elogio della mediocrità agevolando un rapporto effimero con la verità.

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Scritto da
Angelo Di Liberto
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5 commenti
  • Caro Angelo ho visto precipitare la qualità dell’offerta culturale e le aziende editoriali rispondono solo ai numeri non alle belle lettere. L’inverno del nostro scontento. Grazie del tuo coraggioso e puntuale articolo. Sempre grata a Modus Legendi

  • Ritengo che la vera ragione per cui “i polpettoni sentimentali e le saghe familiari scrause travestite da romanzo storico” hanno tanto successo, oltre alla scarsa cultura dei lettori, sia da ricondurre alla ottima promozione editoriale. Diversamente da come spesso operano diverse case editrici nostrane, anche dal nome piuttosto noto, scaricando esclusivamente sull’autore dell’opera questo tipo di attività pubblicitaria. Lo scrittore, per la casa editrice, è una pedina su cui guadagnare; un soggetto che non merita rispetto, tanto da non dimostrargli – attraverso apposita e regolare documentazione – il numero di copie stampate e vendute, come prevedono le norme di legge. Una tipografia farebbe senz’altro un lavoro migliore. Con il risultato che ormai parecchi autori scelgono di rivolgersi a case editrici online.

  • Splendido articolo di Angelo Di Liberto in risposta ad uno di Lagioia.Scritto da Di Liberto per rispettare il diritto dei lettori ad una informazione corretta sullo stato attuale del rapporto tra società e cultura

  • Caro Angelo, non c’e’ da dire niente, hai aperto la discussione e toccato i punti dolenti. Credo che Nicola sappia molto piu’ di quanto dice e forse il suo intervento era mirato al momento, ma comunque tutto il mio apprezzamento per il tuo commento, il tuo coraggio e fammelo dire, la tua bella penna! a presto!

    • Ti ringrazio, Rossana. La letteratura dovrebbe essere una lente di ingrandimento per porsi quesiti, per strappare i sipari, per aprire la strada alla costruzione di mondi. È per questo che limitare la visione è scorretto.