Letteratura e arti visive: sorelle, rivali, amanti – I Puntata

Letteratura e arti visive: sorelle, rivali, amanti – I Puntata

Si narra (anzi, Vasari narra) che Donatello, alle prese con la statua del Profeta Abacuc o Zuccone (1423-1435), fra una scalpellata e l’altra intimasse al marmo che prendeva forma: “Favella, favella, che ti venga il cacasangue!”

E si narra anche che Michelangelo, nel rimirare il suo Mosè (1513-1515) appena fatto e finito, così perfetto eppure così disperatamente muto, acceso dall’ira gli percuotesse il ginocchio con un martello: “Perché non parli?”

Veri o inventati che siano, non sono pochi nella storia dell’arte gli aneddoti di questo tipo. La statua o il dipinto stanno lì, sembrano vivi, sembrano umani, carne capace di contenere un’anima, eppure non dicono nulla. Ed è singolare che, prima ancora che il movimento, sia proprio l’assenza di parola a decretare la distanza fra l’artista-inventore e il Dio-creatore, deputato a far esistere la materia dal nulla. Come se il movimento potesse in qualche modo essere rappresentato, sottinteso, suggerito, ma la parola no. La parola è vita. La parola, quando manca, è il fallimento del tentativo di vita.

Guardiamo per contrasto il dipinto di Dosso Dossi Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù (1523-1524). Giove, vestito di rosso, abbandonata la saetta ai suoi piedi, dipinge farfalle su una tela sporcata da un cielo grigio-azzurro. Le farfalle simboleggiano le anime (Psiche), dunque ci troviamo davanti a un’allegoria della creazione del mondo. Alla destra di Giove Mercurio, con il petaso e i calzari alati, zittisce una donna che si sbraccia per chiedere udienza: dovrebbe trattarsi di Virtù, ma perché tanta agitazione? Quel modo appassionato, ma anche certi suoi ornamenti, hanno spinto alcuni critici a sostenere che sotto di lei si celi Eloquenza. Dosso Dossi ha voluto evocare la vecchia disputatio fra le arti: Giove crea il mondo dipingendolo (o lo dipinge creandolo); la Retorica tenta d’intromettersi; e Mercurio, intermediario fra il mondo del manifesto e il mondo del non manifestato, le fa capire che proprio non è il caso: la pittura, da sola, è più che sufficiente.
Qui è dunque l’immagine a donare la vita: pittura batte parola uno a zero.
Se mai è esistita una vera rivalità fra letteratura e arti visive, le sorti dello scontro sono sempre state incerte. Leonardo, che nel suo multiforme genio faceva questa e quelle, espone una gerarchia ben chiara: “La pittura è una Poesia, che si vede e non si sente, e la Poesia è una pittura, che si sente e non si vede. Adunque queste due Poesie, o vuoi dire due Pitture, hanno scambiati li sensi, per le quali esse dovrebbono penetrare all’intelletto. Perché, se l’una e l’altra è Pittura, de’ passare al senso comune per il senso più nobile, cioè l’occhio; e se l’una e l’altra è Poesia, esse hanno a passare per il senso meno nobile, cioè l’audito”.

È vero: l’immagine viene sempre per prima. Noi siamo, anzitutto, esseri guardanti. Una freccia orientata a destra ci farà voltare la testa a destra, anche se qualcuno nel medesimo istante ci grida: “Sinistra!”. E la parola “giallo” scritta con inchiostro blu, ci lascerà addosso una sensazione di blu, una “bluità” anziché una “giallità”, perché il segno naturale precede l’astrazione del segno arbitrario, quale è il segno verbale. Tranne eccezioni, il nostro cervello è incline al visivo: ogni pubblicitario sa bene che di una pagina stampa la prima cosa a colpire l’occhio è l’immagine (il visual), mentre il testo (il copy) viene in seconda battuta; agirà assieme all’immagine per confermarla, rafforzarla oppure contraddirla, creando un cortocircuito. Vi accorgete di scegliere i libri perché sedotti dalla copertina? Dal carattere? Dall’impaginazione del testo? Non solo siete giustificati, siete persino autorizzati.

Un lettore è qualcuno che, prima di afferrare un senso, osserva i segni che questo senso contengono. I paragrafi. I margini. La disposizione delle frasi, la loro densità o rarefazione. L’addossamento delle lettere, la lunghezza delle parole. Gli a capo, le spaziature, la punteggiatura che affolla o dà respiro. Le indentature, i corsivi, le parentesi, le maiuscole… La lettura è un fatto visivo, tanto che l’ascolto di un audiolibro è una cosa completamente diversa: non traslazione o sostituzione bensì ri-creazione. Cercate un’esperienza del libro veramente completa? Leggetelo – una volta, due volte – e poi ascoltatelo: ed ecco che avrete spremuto il testo in tutto ciò che può darvi – il suo valore fonetico, segnico e semantico.

Baudelaire diceva che la letteratura è “un negozio di immagini”. Ci sono immagini o fotografie o grafiche in copertina o disseminate fra le pagine, ma ci sono anche immagini invisibili che ogni lettore porta con sé: fotogrammi delle trasposizioni cinematografiche (è possibile leggere Via col Vento senza vedersi comparire Vivien Leigh vestita di velluto verde?), ritratti dell’autore, foto rubate, caricature (il mio Calvino è quasi sempre un Calvino-vignetta) – tutto ciò che costituisce il personalissimo museo immaginario di ogni lettore. E, ovviamente, c’è il corredo visivo che l’autore ci offre.

“Così”, scrive Philippe Hamon ne La letteratura, la linea, il punto, il piano, “se faccio l’inventario delle immagini evocate, nominate e/o descritte nella lunga novella di Flaubert intitolata Un cuore semplice trovo con facilità: una pendola fatta a imitazione del tempio di Vesta, una tappezzeria di carta a fiori, alcuni disegni a inchiostro, un ritratto del ʻSignoreʼ, una geografia illustrata, un’insegna ʻAll’agnello d’oroʼ, un pupazzo di panpepato, una vetrata, un gruppo ligneo che rappresenta ʻSan Michele che atterra il dragoʼ, le carte di un atlante, la faccia del conte d’Artois, un tatuaggio sulle braccia, le carte da gioco”.

In questo corredo visivo rientrano inevitabilmente anche le immagini prodotte da artisti: un dipinto esposto in un museo, il quadro che orna una parete, un cartellone pubblicitario adocchiato mentre si corre verso la metro, l’illustrazione di un libro che il protagonista sta leggendo, le statue costeggianti il viale che lui e lei percorrono prima della fatidica scena (dichiarazione o abbandono?). La stessa saturazione di opere che governa la nostra vita si riproduce nei romanzi, nei racconti e nelle poesie che leggiamo.

Non possiamo vivere senza arte. Non possiamo leggere senza arte. E non possiamo fare arte senza letteratura, perché la materia narrativa e concettuale che occorre al pittore, allo scultore, al fotografo per la sua invenzione è spesso già stata modellata attraverso la lingua.

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Valentina Durante
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Valentina Durante
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