Viaggio nell’Orrore: due libri horror particolarmente amati – Ultima Puntata

Viaggio nell’Orrore: due libri horror particolarmente amati – Ultima Puntata

L’episodio precedente

“Suttree” e “L’incubo di Hill House”

Libro di culto, di originale tonalità demonica, di abbondante energia metaforica e di eloquenza lugubre è “Suttree”di Cormac McCarthy.
Tra tutti i lavori dello scrittore americano, esso si distingue per via di un impetuoso e perpetuo splendore letterario caratteristico del passo di una perfida biografia, ultima e acuta, di cui ci si nutre, subitamente, col batticuore della scoperta di una leggendaria e cattiva liturgia.
Il protagonista, Cornelius Suttree, vive in un’orrida palafitta pescando, dal fiume Tennessee, pesci gatto, in quel di Knoxville. Il suo è un viaggio fatto di squallore gnostico dentro una Terra infima; una rotta vissuta tra la fatiscenza dei reietti, dei ladri, degli zotici, dei vagabondi, degli assassini, delle meretrici.

In mezzo a essi, la storia del protagonista – avventura la sua che fluisce come se si fosse didentro un irresistibile disturbo letargico post-incubo – ha la prestanza di una grandiosa tragedia irrisolvibile, senza dubbio, e che si rinnova, sempre, nell’autentico underground ove la narrazione è ancorata alla miseria estrema della materia.

La materia sociale e territoriale in cui campa Cornelius Suttree è tenebrosa. Una tenebra che ammala giacché appiccicosa, come il bitume. Essa infetta il disgraziato pescatore incantenandolo all’onnipotenza di un’imbattibile ritiro dalla luce. A nulla vale la compagnia del bislacco e goffo delinquente ragazzino, Harrogate, conosciuto in prigione. Personaggio quest’ultimo non in grado di attenuare la morsa inferica del viaggio scuro di Suttree nonostante a volte il giovane impersoni qualcosa di simile alla figura di un amico oppure di un giullare passeggero, perfino di un figlio.

La comicità è dunque al bando, e gli incontri di Suttree con i derelitti sono soltanto della qualità indifferente di diversivi o di sollazzi schifosi che lo costringono ogni giorno all’accettazione del buio.

La vita di Suttree così si spiega secondo il lento andamento di un Purgatorio, epperò sorto dalle fondamenta malignamente pigre di un Inferno nel quale la chimera della salvazione può ritrovarsi solo negli sparuti sogni che il pescatore fa.

Suttree è un capolavoro inclemente. Un romanzo che possiede – grazie alla tormentosa scrittura di McCarthy – la riflessione ancestrale e dura di un testo sacro che si realizza attraverso il valore della letteratura.

Là, in mezzo ai fiori e al profumo delle dame ormai lontane e al vago odore ferroso della terra, a guardare dentro una fossa formato standard con quella minuscola cassa sul fondo. Pallido figlio te ne sei andato soffrendo? Hai avuto paura, sapevi? Sentivi l’artiglio che ti reclamava? E chi è quell’idiota inginocchiato sopra le tue spoglie, strozzato dal tormento? E che cosa può mai sapere un bambino degli oscuri disegni di Dio? O di come la carne sia così fragile da essere poco più di un sogno.


“ Io proprio non la capisco, lei” disse Arthur al professore. “Lasciarsi innervosire così da questo posto. Sono rimasto seduto tutta la notte con la pistola puntata e non si è mosso neanche un topo. A parte quel ramo infernale che batteva sulla finestra. Mi ha quasi fatto diventare matto” confidò a Theodora. “ Non abbandoneremo le speranze, certo”. Mrs Montague guardò torva il marito. “ Forse stanotte ci sarà quache fenomeno”.

“L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson, è un romanzo orrifico fondamentale ché tratta l’infestazione della casa per mezzo di un linguaggio così delicato da risultare incorporeo, proprio come gli stessi fantasmi che possiedono l’abitazione dell’opera della scrittrice statunitense.

Non scriverò circa la trama – in realtà è poco complessa – quello che invece segna l’opera della Jackson (regina americana dell’horror moderno, nonché colei che ha ispirato la letteratura di Stephen King) è, ripeto, lo stile.
Le vicende fantasmatiche, le scosse gotiche che sono le alterazioni metafisiche del tempo e dello spazio in Hill House, non si disperdono in sensazionalismi sterili del linguaggio per trasmettere spavento. Qui la paura è assai ragionata, e seppur appaia come distante e intoccabile, è proprio questa intangibilità che agghiaccia. Ogni periodo è dunque composto, lineare, preciso. La letteratura della Jackson pare quindi già sapere come dialogare coi mostri: la storia è di conseguenza un evento che la scrittrice controlla gestendo la superstizione dei personaggi.

Attraverso l’equilibrio della sua scrittura si impara un Gotico tanto sibillino da incutere paura non solo tramite gli accadimenti dentro Hill House, ma anche grazie alla pura attesa della manifestazione dell’Orrore.

“ Ma con chi li hai presi questi accordi, mi chiedo? Col Conte Dracula?”.
“ Credi che abiti anche lui a Hill House?”

Orazio Labbate
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Orazio Labbate
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