Quando si è fottuta la Sicilia?

Quando si è fottuta la Sicilia?

Copertina del libro La notte della civetta

Tra gli ultimi libri che ho letto, vi consiglio di leggere “La notte della civetta. Storie eretiche di mafia, di Sicilia, d’Italia” di Piero Melati.

Potrebbe sembrare l’ennesimo libro sulla mafia, della serie ‘per non dimenticare’, e invece è un insolito ‘cos’abbiamo dimenticato’.

Melati chiarisce subito che “l’autore è un personaggio”, cioè lui scrive di fatti di cui è stato testimone, all’epoca in cui era giornalista del quotidiano L’Ora. Ma non ha voluto scrivere in forma diaristica o produrre un’inchiesta giornalistica, preferendo la forma letteraria, trasformando una persona reale (se stesso) in personaggio fittizio. È una modalità che personalmente ho molto apprezzato, e in questo si inseriscono perfettamente le diverse citazioni e i richiami letterari che ne arricchiscono la lettura.

Il titolo “La notte della civetta” sta per quel finale diverso de Il giorno della civetta del grande Leonardo Sciascia, che tutti – o meglio in molti – vorremmo ma che disgraziatamente sembra ancora assai lontano.
Le storie di cui il libro narra sono dette eretiche perché cadute nell’oblio; fatti che i nostri giornalisti non ci hanno potuto svelare perché “c’era sempre un buon motivo”, com’è scritto nella quarta di copertina. E sono storie di mafia, di Sicilia e d’Italia, a sottolineare che la peste siciliana si è ampiamente diffusa e che la Sicilia è il “luogo dell’inconscio dell’umana condizione e della storia”.

Melati comincia dal racconto dell’omicidio del capo della Squadra Mobile di Palermo Ninni Cassarà, un agguato particolarmente sanguinario per l’eccessiva potenza di fuoco dispiegata, per la ‘platealità’ della scena, a cui partecipò un ampio commando rappresentativo delle varie ‘famiglie’ mafiose, con la complicità di una talpa all’interno degli uffici della Mobile. Era il 6 agosto 1985, alla vigilia del maxiprocesso.

Ma ripercorre un po’ tutte le orrende pagine di cronaca sulle stragi mafiose, soffermandosi su quelle più oscure, come la morte di Natale Mondo, un componente della squadra Catturandi, che per Melati morì tre volte: la prima, pur salvandosi, con l’omicidio di Cassarà, la seconda quando fu sospettato di aver fatto da talpa e addirittura di aver sparato a Cassarà, la terza quando non riuscì a scampare ulteriormente alla furia di Cosa nostra.

Leggendo questo libro ci si chiede spesso se certi fatti ce li abbiano nascosti, riferiti in sordina, o se invece li abbiamo rimossi. Una rimozione collettiva il cui emblema è la ‘scomparsa’ di una targa affissa negli anni ‘80 a piazza Bologni, in memoria di Lorelay Mazzola e di tutti i ragazzi morti per droga. Che fine ha fatto questa targa? Non c’è più, sarà stata rimossa chissà quando, come molti dei fatti narrati in questo libro. Invece Melati ci tiene a ricordare che la mafia ha fatto soldi a tonnellate con la droga e che a pagarne il prezzo sono stati migliaia di giovani morti. Anche loro ammazzati dalla mafia. Il primo a parlarne pubblicamente fu il magistrato Rocco Chinnici, il primo a denunciare il disastro che si stava consumando nel capoluogo siciliano, nelle nostre strade, nelle nostre case, nelle nostre scuole. Chinnici rimase praticamente inascoltato e dopo qualche anno fu assassinato. E oggi? Non si muore più di droga? La mafia non traffica più con la droga? I soldi del narcotraffico internazionale dovevano essere riciclati, e allora s’investì nel mattone. Il centro storico fatiscente fu abbandonato, le ville liberty abbattute, diedero il via a quello scempio che sarà definito ‘il sacco di Palermo’, grazie alla collusione dei politici con la mafia. Oggi si confiscano gli immobili dei mafiosi, ma i soldi che fine hanno fatto? Quegli ingenti fiumi di capitali derivanti dal narcotraffico internazionale dove sono finiti? Quegli stessi soldi la cui pista Giovanni Falcone stava seguendo, prima di essere assassinato. Chinnici e Falcone vengono ricordati per la loro tragica fine. Ma forse sarebbe utile, ancora oggi, ricordare le loro parole, proseguire il loro operato. Scrive Melati:

Oggi la smemoratezza alligna dove si esagera in inflazione di inutile memoria, soprattutto quando l’esercizio della memoria stessa viene ridotto – come avviene – al rango di superficiale e sbrigativo ritualismo. O quando non venga addirittura delegato a comici e a personaggi di avanspettacolo.

È come se Melati volesse fare ammenda, rendere veramente giustizia ai troppi morti ammazzati dalla mafia, raccontando certe cose (da scrittore, non più da giornalista), fatti scomodi, ombre, per fare luce, perché “In una terra la cui natura è di ridurre tutto all’essenziale, semplificandolo e portandolo all’estremo, la verità è un fuori luogo”. Cose di cui non si può parlare, come la leggenda degli squadroni della morte, Fate Morgane, nomi che non si possono fare, Vespri Siciliani definiti semplici contestazioni e poi cancellati dalla memoria. E ancora, cadaveri collaterali come il collaboratore di giustizia Stefano Calzetta, morto forse di freddo, nascosto nell’anonimato a Villa Bonanno (davanti alla Questura); o Giuditta Milella e Biagio Siciliano, due giovanissimi studenti del Liceo Meli investiti da un’auto di scorta dei giudici antimafia Borsellino e Guarnotta. Melati ricorda perfino i morti ‘suicidati’, come Rita Atria, giovane collaboratrice di giustizia che si tolse la vita dopo la strage Borsellino, lasciando una scioccante ultima pagina del suo diario, le cui parole dovrebbero essere trascritte a monito in tutti i libri della scuola dell’obbligo; o Giuseppe Francese, figlio del giornalista Mario Francese, che trascorse la sua breve vita nel vano tentativo di svelare il giallo dell’uccisione del padre.

Melati ci fa notare come sia inquietante che le parole del saggio “Il totalitarismo” della filosofa Hannah Arendt calzino perfettamente con il regime autarchico di Cosa Nostra, per la sua segretezza, per l’omicidio come ritualità a conferma del proprio potere, per la menzogna con la quale si salvaguarda un mondo fittizio, creato a bella posta per sottomettere le masse a proprio uso e consumo.

Non mancano le riflessioni sull’impegno degli intellettuali siciliani nella denuncia alla mafia. Melati ci racconta di quando Jorge Luis Borges arrivò a Palermo, negli anni ‘80, quando la mattanza mafiosa era al culmine. Ma gli illuminati di Palermo gli nascosero questo orrore. Una metafora per sottolineare che il ceto colto siciliano o non capiva o era indifferente, o peggio ancora complice.

[Il ceto colto siciliano] ha sempre provato a sostituire la realtà con un immaginario collettivo dove andare a vivere. Una fuga senza muoversi da casa.

Diverse pagine sono dedicate alla diatriba tra Sciascia e Falcone. I due grandi, lo scrittore e il magistrato, si incontrarono senza riuscire ad incontrarsi veramente. Nonostante lottassero per lo stesso obiettivo, barricati nella diffidenza, ognuno nella propria prospettiva, non si capirono.

Dopo le stragi del ‘92, la Sicilia è indubbiamente cambiata, ammette l’autore, ma “vive in una specie di inespugnabile fortezza, fatta di eccessi di retorica e cerimonie ufficiali”, e ai piedi di questa fortezza “si alligna una nuova malapianta, la cosiddetta mafia dell’antimafia”. E dopo il caso Montante, ad esempio, chi può dargli torto?

L’Isola (e con essa l’intera nazione) è destinata a una nuova facile e poco impegnativa religione, il culto degli eroi. È il modo più semplice che è stato trovato per liquidare l’intera, complicata faccenda.

Sembra sia questa la notte della civetta e che voglia resistere ancora a lungo, grazie al solito trasformismo di gattopardiana memoria. Se, come ci insegna Kafka, un libro può essere un’arma, questo libro non può mancare nel nostro equipaggiamento. Perché la conoscenza di fatti storici del nostro passato recente, che vanno al di là della mera cronaca, è indispensabile per una lettura critica di quello che accadde e accade ancora oggi, in Sicilia, in Italia, nel mondo.

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Arianna Cona
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Arianna Cona
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