“Marino il mio cuor” di Eugène Savitzkaya – La scheda del libro

“Marino il mio cuor” di Eugène Savitzkaya – La scheda del libro

“Romanzo in mille capitoli di cui i nove decimi sono andati perduti”.

La meravigliosa scoperta di un rapporto fatto di riflessi fulgenti e anfratti amorosi in cui scavare parole e miniaturizzare paure.

La prima volta che lo vidi, non aveva ancora espirato, era pallido e livido come dopo uno sforzo sovrumano.

Entrare di soppiatto quasi per non farsi notare e sorprendere il gigante e il nano, padre e figlio, l’idillio. Marino nasce e scopre il mondo, ma è anche il mondo a scoprire Marino. Eugène Savitzkaya usa gli elementi della natura per dire di una nascita e consegnarla ai lettori come l’universale chiamata alla vita di ciascuno di noi. La materia di cui è composta la sua prosa è poesia pura di una brillantezza adamantina innestata in una cornice surrealista, fatta d’immagini che si susseguono una dopo l’altra senza che il lettore possa perdersi l’incanto dell’attesa, della genesi, della radice e dei mesi che verranno.
Se dovessi pensare a un’immagine, ritornerebbero le scene di “The Tree of Life”, di Terrence Mallick e la potenza evocativa di un’esistenza riflessa in tutte le cose.

Eugène Savitzkaya ha una madre russa e un padre polacco che muore presto di silicosi. Lo scrittore nasce a Liegi e si naturalizza in Francia, dove per i primissimi anni non parlerà francese. La sua infanzia in una fattoria è attraversata da storie raccontate dalla madre, di cui porterà il cognome tutta la vita. Poi a scuola comincerà a scrivere presto e scoprirà la sua lingua che non abbandonerà, ma che al contrario mescolerà all’impalpabile.

Mi dissero che aveva risolutamente, per aprirsi un varco verso la luce, rifiutato di guardare per terra, che, risolutamente, aveva rovesciato la testa in direzione della luce stessa, verso il cielo.

Chi di noi ricorda il momento della nascita? Le sensazioni che percorrevano il nostro piccolo corpo, “dapprima è il mare”, la sorpresa negli occhi “in cui il sale è presente come è presente nei tuoi occhi”. Poi è l’aria, “dopo espirò”, e il petto si gonfia “ovvero faceva posto nel proprio corpo per accogliere l’aria suprema”.
E con l’aria arriva la natura. Con Marino ci sono un tasso, i noccioli, gli aghi di un pino e la terra. Perché il Creato lo ha voluto e lo celebra mentre dorme, piange, mangia e fissa la luce o chissà cosa.

Con le unghie, quelle unghie ancora intimamente legate ai nervi, si graffia il viso, cercando di prendere un’oncia di ciò che gli copre la faccia.

Marino è il riflesso del vento, il frutto che cresce sull’albero, l’ombra alla fine del sentiero, il miagolio di un gatto, il cinguettio di un uccellino, la betulla e il frutto rosso. Marino cammina come un orso e salta come una tigre.

“Talvolta, uno stambecco gli entra in corpo. Quando il gigante lo afferra per sollevarlo da terra, lui si contorce e tenta di scappare”, perché Marino è libero come l’acqua. Non c’è modo d’intrappolare la sua fantasia. È capace di guardare il cielo oscuro perché non c’è più la luna e decidere di aspettarla, perché prima o poi tornerà.
Questo bimbo s’interessa alle minuscole particelle che costituiscono il mondo, s’incanta quando un fascio di luce fende la stanza e rivela il pulviscolo che mulina all’infinito.

Ma il suo più grande viaggio comincia al di là del cancello di casa, quando incontrerà il mondo.
La grazia di un viaggio scritta con la levità d’un frullo d’ali e la capacità d’un grandangolo che rende nitidi i particolari restituendoli tutti insieme.
E se il mondo di Marino non ha muri troppo alti e case in cui è proibito entrare, allora è un posto ideale per vivere, una metafora esistenziale convincente, non ideale ma auspicabile perché c’è solo un punto a partire dal quale tutto può cambiare.
E forse lui, sarà sul suo vasino e vi chiederà di fare silenzio. Ma non preoccupatevi, non chiuderà la porta.

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Angelo Di Liberto
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